Commento messaggio della Pace 2017

20/12/2016

Domenica 18 dicembre don Paolo Dall’Olio ha presentato il massaggio della pace per la 50a Giornata Mondiale della Pace di Papa Francesco «La non violenza: stile di una politica per la pace».

1) Perchè? Perchè leggere e commentare il messaggio 2017 di papa Francesco per la Pace?

Perchè è un’occasione per pensare, un’occasione per aprire gli orizzonti oltre i confini della nostra esistenza, perchè la vita cristiana ha bisogno tante volte che sia esplicitato l’anello di congiunzione tra l’annuncio del Vangelo e le scelte concrete della nostra vita. Ecco su questo penso che sia importante soffermarci appena un po’: il Vangelo non è opinabile, ma la vita è complessa. Perciò l’anello di congiunzione tra Vangelo e vita è per forza di cose elastico, relazionale, è un processo di comprensione, non è assoluto. Il messaggio del papa per la giornata mondiale della pace è per definizione opinabile e su questo trae la sua autorevolezza. Tra tutte le cose che il papa poteva dire ha scelto queste. Tra tutte le priorità che poteva avere, ha avuto questa. Lui spiega perchè, quale è stato il processo che lo ha portato a pensare che oggi la questione centrale sia la non-violenza. Cita tanti suoi predecessori, ci fa vedere che il suo discorso è opinabile, non è Vangelo, e autorevole, non perchè lui è il papa è ha sempre ragione ma perchè raccoglie un cammino iniziato prima di lui. Paolo VI (1° messaggio 20 anni fa), Giovanni XXIII (Pacem in Terris), Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, ma anche Madre Teresa, Gandhi e altri (Khan Abdul Ghaffar Khan), Martin Luther King e Leymah Gbowee, S. Teresa di Gesù Bambino, questi i grandi citati.

È una questione di metodo e di contenuto insieme, non stiamo perdendo tempo: la violenza, in questo caso potrebbe essere quella ecclesiale, si genera quando si tenta di applicare la verità inopinabile del Vangelo alla realtà forzandola ed incasellandola in nome della verità immutabile oppure al contrario si tenta di dilatare e scomporre la verità del Vangelo in nome della complessità della vita. Leggere il messaggio della pace come ogni altro documento del papa o ecclesiale è fare esercizio di opinabilità autorevole, di elasticità tra la verità del Vangelo e la complessità della vita. Non è fatto per essere citato, magari per costringere l’altro a pensarla come me “perchè lo dice anche il papa…”, è fatto per farci fare un percorso di congiunzione tra Vangelo e vita.

 

2) Che cosa si intende per nonviolenza?

Prima di tutto il papa si riferisce a tre ambiti, quello internazionale, quello sociale e quello interpersonale ma sembra che si possano scorgere, più sottilmente, anche due registri, quello politico e quello spirituale[1]. Quello di oggi diventa per noi contemporaneamente un esercizio di apertura sul mondo e sui suoi conflitti vicini e lontani e sul nostro cuore con i suoi conflitti, senza che i tre ambiti, relazioni interpersonali, relazioni sociali e relazioni internazionali siano pensati scollegati e senza che i due registri, politico e spirituale, si pensino separati. Questa operazione che fa il papa è tutt’altro che scontata. Spesso la nonviolenza è pensata come una scelta individuale, di chi, per conto suo, ha deciso di rispondere al male col bene, bravo lui. Ma, si pensa di solito, questo non può mica essere il modo di fare di uno Stato! Qui Francesco, invece, suggerisce proprio così, non a caso definendola come sfida: come decidi di fare individualmente puoi farlo anche socialmente e a livello internazionale! E ancora: il messaggio si gioca tra il registro politico e quello spirituale, perchè la chiesa non assuma un atteggiamento succube della violenza a cui non sa come rispondere, incerta nell’indicare alla politica delle strade; e, contemporaneamente, perchè la politica esplori strade nuove, suggerite anche dal Vangelo. Concretamente. Come mi comporto con mia figlia (magari adolescente), come sono con i colleghi o con persone che vengono da lontano nel mio Paese, come si comporta un capo di stato, sono comportamenti che possono avere la stessa radice. Come mi comporto nella mia vita da cittadino e cosa c’è nel mio cuore, sono cose collegate tra loro. Per esprimere tutto questo il papa adopera una parola molto interessante: parla di stile perchè si capisca bene che la nonviolenza è un modo di essere e di vivere più che una strategia da attivare al momento opportuno. Lo stile attraversa gli ambiti ed i registri del nostro vivere. Lo stile è un arte, richiede tanto intuito quanto studio.(Questo si concretizza nell’annuncio che il papa fa di istituire un dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Della serie la chiesa ha a cuore lo sviluppo dell’umanità degli esseri umani in tutta la sua interezza quanto della dottrina della fede).

 

3) La nonviolenza come stile “politico”. Papa Francesco ha ben presente il rischio che la nonviolenza sia confusa con un atteggiamento passivo: sarebbe, se così fosse, una mancanza di coraggio, di presa di coscienza delle ingiustizie. Come atteggiamento politico (nel senso ampio di civico, da cittadino che abita la polis, la città) sarebbe il rinunciare all’impegno. Il ricco epulone della parabola di Lazzaro è il miglior esempio di pessimo nonviolento, cioè in realtà è stato violento senza aver mai ucciso una mosca. Il rischio è reale, lo dobbiamo ammettere. Francesco citando Madre Teresa ricorda che aver sostenuto economie che generano povertà è violenza. Per questo più volte il papa parla di nonviolenza attiva, addirittura una volta aggiunge creativa. E indica una serie di testimoni di questa nonviolenza attiva che non può che diventare cura. A livello internazionale la nonviolenza attiva è indicata come una transizione politica, e dunque come un processo lento, dalla lotta armata alle sole armi della verità e della giustizia, dove la cura è declinata come superamento delle situazioni di ingiustizia. La stessa cura a livello sociale si declina come riscoperta della fraternità, che ha come centro nevralgico il riconoscimento della dignità di tutti. Il contrario della cura è la logica della paura, che a livello internazionale è attuata come ricorso ad armamenti che provocano una continua minaccia reciproca, a livello sociale la paura si manifesta come diffidenza, a livello interpersonale come violenza famigliare.

Ma questo processo di transizione della mentalità politica può trovare nel Vangelo una strada percorribile. Egli arriva addirittura a suggerire ai politici di seguire le Beatitudini: ingenuità di un vecchio prete argentino che non sa come va il mondo dei politici o coraggio di chi sa il valore reale del Vangelo e lo propone come via efficace anche a chi non crede?

 

4) La nonviolenza stile “spirituale”. Il secondo registro sempre presente nel testo è quello spirituale, interiore. Senza dimenticare che i due registri, politico e spirituale sono sempre collegati, il papa ricorda che la violenza scaturisce dal cuore degli uomini. L’insegnamento è di Gesù, lo conosciamo bene. Il nostro cuore è la vera frontiera della nonviolenza. Questi i passaggi indicati:

1) rendersi conto che è davvero così, che nel nostro cuore alberga la violenza; forse non quella fisica, ma tanta aggressività c’è. Anche nel cuore dell’apparentemente nonviolento può albergare la violenza e paradossalmente egli può assumere la violenza di chi non si arrabbia mai, di chi non si abbassa mai al dialogo. In questo senso combattere la violenza nel proprio cuore non significa solo non essere iracondo. Gesù, realmente nonviolento, si è arrabbiato, e non solo perchè si è appassionato della giustizia del Regno di Dio, ma perchè ha sempre avuto l’onestà ed il rispetto di prendere sul serio ciò che gli dicevano gli avversari. Alcuni atteggiamenti interiori pacifisti sono in realtà violenti…

2) la violenza è superata nel momento in cui ci si lascia invadere dalla misericordia di Dio. La questione non è tanto “chiedo a Dio la forza di mordermi la lingua e tenermi frenate le mani”, ma di scoprire che Dio è misericordioso con me che ho nel cuore il male. Senza passare da me la nonviolenza potrà rischiare di essere una concessione compiaciuta all’altrui cattiveria, fondata sul vedersi più forti del violento, in ultima analisi sulla superbia. Gandhi ha scritto:«Ho io in me la nonviolenza dei forti? Solo la mia morte lo mostrerà. Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che ho la nonviolenza dei forti»[2] Non solo non ha la superbia di essere così forte (lo fu davvero), ma soprattutto ha la consapevolezza di essere così tanto nell’amore di Dio da potersi permettere di amare il nemico. Bello che il papa citando il “manuale” della nonviolenza nel Vangelo delle Beatitudini ci ricordi non solo la mitezza, l’essere misericordiosi, operatori di pace, l’essere assetati di giustizia, ma anche l’essere puri di cuore. Avere il cuore trasparente, per non nascondere il male che in esso alberga e l’amore di Dio in esso riversato.

3) il terzo passaggio è, così torniamo un po’ all’inizio, il non rifiuto della diversità, e quindi del conflitto stesso. Questo il papa chiede ai responsabili delle nazioni ma noi ci vediamo dentro il principio spirituale per eccellenza, quello proprio dello Spirito di Cristo, il superamento dell’ideale di totale conformità di Babele – parlare una sola lingua – per arrivare alla Pentecoste che senza essere nominata viene chiamata “pluriforme unità che genera nuova vita”. Senza questo lavoro di purificazione del cuore, la difformità dell’altro da me sarà sempre un problema, magari sopportato con tanto cattolico amore per i nemici, o con tanta laica nonviolenza, ma mai riconosciuta come pluriforme unità.


[1]             Così all’inizio si rivolge a tutti i capi di stato e a tutti gli uomini e le donne, i bambini e le bambine. Nel terzo capoverso del primo punto chiede di affrontare la questione attingendo “…la nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali”

[2]           Gandhi, Antiche come le montagne, Ed. di Comunità 1965, pp. 95-96.