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Nessuno sogna a Gaza. Dramma paradossale e senza direzione 

Fulvio Scaglione da Avvenire 7/4/18

Gli scontri sul confine tra la Striscia di Gaza e Israele, destinati a ripetersi fino al 15 maggio, giorno della nascita dello Stato di Israele nel 1948 e della nakba (catastrofe) per i palestinesi, e le decine di morti inutili che ne usciranno, sono la rappresentazione in forma di tragedia di quanto succede ogni giorno in quella terra. Ovvero, un dramma che non è senza senso, ma è senza direzione. Non più uno scontro tra popoli, e certo non solo quello tra uno Stato potente e protetto e una nazione oppressa e abbandonata, ma la rissa impari tra due entità che, pur di combattersi, hanno snaturato se stesse e hanno imboccato una strada che non ha sbocchi.

Basterebbe a dimostrarlo il grottesco paradosso che è sotto gli occhi di tutti. Hamas, lanciando la propria gente contro i fucili dell’esercito di Israele, ha tolto Benjamin Netanyahu dai guai politici e giudiziari in cui si dibatteva con sempre maggiore affanno, restituendogli la preziosa patente di protettore del “focolare ebraico”. E Netanyahu, rilasciando ai suoi cecchini la licenza di sparare ad altezza d’uomo, ha riportato prepotentemente Hamas nel gioco, proprio quando Hamas avrebbe dovuto cedere i poteri all’Autorità palestinese presieduta da Abu Mazen.

Ma come si diceva, il fatto importante, ora conclamato, è che sia Israele sia la Palestina finiscano lungo questa via per tradire se stessi. Lo Stato ebraico, da quando nel 1977 prese il potere la destra e Menachem Begin cominciò a parlare di «territori liberati» per confutare la dizione «territori occupati», ha ripercorso a ritroso la propria storia. Finché con Netanyahu siamo tornati alla teoria del Muro di Ferro elaborata da Ze’ev Zhabotinski in un saggio del 1923. L’idea, cioè, che con gli arabi si può trattare solo con la forza, rendendo così dolorosa e costosa qualunque forma di opposizione allo Stato ebraico da soffocarla sul nascere.

Quel Zhabotinski che ebbe come segretario personale Benzion Netanyahu, padre dell’attuale premier e per lunghi anni leader del movimento sionista revisionista. Uno storico ma soprattutto un falco, convinto che l’operazione Piombo Fuso, l’offensiva contro i razzi di Hamas tra dicembre 2008 e gennaio 2009, fosse stata condotta senza la necessaria energia. Anche se secondo B’Tselem, l’organizzazione pacifista israeliana, morirono 1.387 palestinesi dei quali 773 civili disarmati.

Poiché l’idea della forza si è accompagnata, in questi decenni, alla pratica degli insediamenti e dell’occupazione della terra, su questa china Israele presto si troverà padrona di tutta la Palestina e dovrà decidere che cosa fare dei palestinesi. Che magari non erano un popolo nel 1948, ma di certo lo sono ora, e per “merito” degli israeliani che, colpendoli senza sosta, hanno formato in loro tale coscienza. Che cosa deciderà per loro Israele? Li terrà dentro un unico Stato, dopo aver affondato l’ipotesi dei due Stati, perdendo la maggioranza o conservandone una risicata? Oppure li chiuderà in tante riserve invivibili com’è oggi Gaza? Il tutto mentre Israele, pur essendo la vera potenza militare, economica e politica del Medio Oriente, non esercita le responsabilità del vincitore e continua a proporsi come un piccolo e indifeso Paese circondato dai cattivi.

Nello stesso tempo, e allo stesso modo, i palestinesi si sono consegnati a un’impotenza politica che colpisce per quant’è profonda. Abu Mazen ha l’Autorità ma non l’autorevolezza. Per conservare il potere ha rinunciato a ogni parvenza di democrazia: in Palestina non si vota da dodici anni, e cariche e incarichi sono distribuiti per cooptazione, perché se si votasse, vincerebbe Hamas, proprio come nel 2006. E d’altra parte, che cosa può vantare Abu Mazen nella sua “moderazione” e nel rapporto privilegiato con Israele, se Israele non fa che erodere lo spazio palestinese?

Vince l’originale, quindi vince Hamas. La cui strategia, però, alla fin fine resta quella di scagliare i suoi giovani a testa bassa contro il Muro di Ferro, con gli effetti che vediamo e che (dalla Giordania di Settembre Nero al Libano alla Siria e oltre) hanno tramutato i palestinesi in un problema anche per gli antichi amici arabi.

Risultato: i palestinesi sono stati abbandonati da tutti (si vedano le recenti dichiarazioni di Mohammed bin Salman, l’uomo forte dell’Arabia Saudita, tutto miele con Israele); il Muro diventa sempre più alto e più spesso; e mai i palestinesi sono stati così alla mercé degli israeliani come oggi, quando ormai 130 tra Stati e Parlamenti riconoscono la Palestina come uno Stato. Tanto che la partizione proposta dall’Onu nel 1947, un tempo spregiata e che adesso chiameremmo forse la ‘soluzione a due Stati’, pare quasi un sogno. Sappiamo di auspicare l’impossibile ma è necessaria una rivoluzione politica su entrambi i fronti, che parta da una banalissima constatazione: nessuno sparirà dalla Palestina. Né lo Stato ebraico né il popolo palestinese. Rassegnarsi a questo o massacrarsi per sempre. È tutto qui.