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Quest’anno la veglia di Natale è stata caratterizzata dalle testimonianze dei nostri giovani. Ci hanno parlato delle esperienze vissute quest’estate in Albania e al Villaggio senza Barriere. Ecco la trascrizione di alcuni dei loro interventi e due video che hanno realizzato.

VIDEO 1

Lara – MISSIONE

L’anno scorso alla giornata mondiale della gioventù a Cracovia, Papa Francesco ci ha esortato a cambiare il nostro comodo divano con un paio di scarpe che ci avrebbero portato a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate.
Tornati con tanta gioia, una vocina nella nostra testa continuava a ripeterci la parola Missione. Non potevamo ignorarla!
Così siamo partiti con due famiglie dell’Azione Cattolica in una terra che poteva aiutarci a cercare, fuori e dentro di noi, il significato di questa parola. Un campo che era frutto anche delle riflessioni del congresso eucaristico diocesano, “voi stessi date loro da mangiare”.
L’Albania, paese lontano e vicino, è stata una terra che per tanto tempo non ha potuto dire Gesù, a causa delle imposizioni del regime comunista.
Noi invece lo abbiamo sentito bene, tra i bambini abituati a giocare per strada, le famiglie che lottano per la loro crescita, i giovani della parrocchia con tanta determinazione e coraggio, nella nostra amicizia.
Io e i ragazzi del gruppo giovani abbiamo vissuto in maniera molto intensa questa esperienza e questi incontri!
Abbiamo sentito vicino il Signore che stanotte viene, che non si stanca di nascere per noi.

Francesco – LUCE

In quella settimana siamo stati una piccola luce, un respiro, dopo tanto buio per le persone che abbiamo incontrato.
Non dimenticherò mai i saluti dell’ultimo giorno con i bambini e i ragazzi… ci pregavano con tutto il cuore di non andare via.
Ma anche loro lo sono stati per noi. Questi 2 fratelli poco dopo che mi hanno conosciuto, mi hanno invitato a casa loro…
una casa tanto povera, ma nonostante ciò, quel poco che avevano lo volevano condividere con noi.
E nonostante le due lingue così diverse, abbiamo anche pregato con loro.
Dio in quel momento era il nostro “Google traduttore” e nostro amico comune che ci aveva portato fin lì.
Il popolo albanese ha conosciuto solo difficoltà e povertà. E’ nostro dovere portargli amore e fratellanza.

Laura – FRATERNITA’

Ho scelto fraternità come parola chiave per portarvi la mia testimonianza,perché mi ha seguita in tutti gli 8 giorni passati in Albania.
Ho percepito la fraternitá di suor Gabriella e suor Virginia,due suore che ci hanno accompagnato in questo viaggio,delle quali ricordo con grande affetto la loro forza di volontà e il loro ottimismo.
Ho percepito la fraternità nel vero senso della parola in tutti i bambini e ragazzi che,nonostante non ci conoscessero, avevano gli occhi che brillavano di Gioia,perché non vedevano l’ora di vederci e di giocare con noi.
Ho percepito la fraternità anche di noi ragazzi che abbiamo intrapreso questa esperienza,forse all’inizio un po’ spaesati,ma in seguito mettendoci in gioco e conoscendoci siamo riusciti a tirare fuori il meglio di noi.
In particolare ho percepito la vera essenza della fraternità in un momento che mi ha toccato molto e di cui ho portato una foto:l’incontro con un ragazzo malato di nome Genty. Di lui mi è rimasta impressa la sua compostezza,riservatezza e dolcezza.
Debbo dire infine che questo viaggio mi è servito molto,perché mi ha insegnato ad apprezzare le piccole cose e a cogliere il meglio da ogni situazione.

Giorgia – VICINANZA

La parola che più di tutte per me rappresenta l’esperienza vissuta in Albania è vicinanza: può sembrare un controsenso ma riuscire ad organizzare una settimana di attività insieme, materiali, giochi, momenti di preghiera in lingue diverse lungo l’asse Bathore-Bologna in realtà ci ha fatti sentire più vicini l’uno con l’altro. Raccontare le proprio esperienze, condividere i propri pensieri con persone che non conosciamo così bene e con cui sotto tanti punti di vista non abbiamo usanze comuni e modi di pensare simili. Riuscire a fare amicizia, a sentirsi dire da alcune bambine che ci avrebbero aspettato ancora altre volte per giocare insieme, scambiare contatti sui social con i più grandi e poi scriversi di tanto in tanto, questo è stare vicini, non tanto geograficamente, ma sicuramente con il cuore.

Sabrina – Sorriso

Da questa bellissima avventura sono tornata con tanti sorrisi nel cuore. tutti i bambini con cui abbiamo giocato, tutti i ragazz che abbiamo incontrato mi hanno lasciato la loro felicita nel poterci conoscere e la gioia che hanno provato nel poco che gli abbiamo potuto donare in quei pochi giorni. loro che hanno cosi poco rispetto a noi mi hanno lasciato molto più di quanto avessi potuto immaginare, è bastato un sorriso per farci capire che quello che stavamo facendo era gradito.

VIDEO 2

Matteo – MONTAGGIO

Ho realizzato questo montaggio per raccontarvi la nostra missione in Albania. Riconoscerete alcune persone che ci hanno accompagnato come suor Virginia, don massimo e tanti altri ragazzi che abbiamo incontrato, è stata un esperienza che ci ha permesso di tornare a casa con una mentalità più aperta verso le difficoltà degli altri. Penso che le immagini e i video riescano a suscitare nelle persone le emozione e le gioie che abbiamo vissuto in prima persona.

Stefano – UGUAGLIANZA

Ho scelto la parola uguaglianza perché nonostante la lingua in quel momento sembrava fossimo tutti allo stesso livello. Sembrava che le barriere non esistessero, a partire dai giochi fatti in gruppo, dove sia gli adulti che i bambini si mettevano tutti a fare lo stesso gioco, passando per la messa e i canti che venivano cantati in multilingua. Infine anche nel mangiare eravamo tutti allo stesso livello perché ognuno contribuiva sia nel preparare da mangiare che nel preparare la tavola e nessuno rimaneva escluso senza fare niente.

Bibi – COLLABORAZIONE

La parola che ho scelto e che più rappresenta la mia esperienza in albania è “collaborazione”.
La collaborazione si può trovare tra noi educatori che provenienti da parrocchie e da città diverse siamo riusciti a mettere in piedi un campo dove prima non c’era mai stato, nell’aiutarci nella vita quotidiana a Bathore, nel darci una mano reciprocamente nella gestione dei ragazzi, consapevoli che gli avremmo fatto vivere un’esperienza che si ricorderanno tutta la vita.
Collaborazione con i ragazzi albanesi che ci hanno aiutato durante il nostro percorso, ci hanno seguito giorno dopo giorno aiutandoci con le traduzioni, seguendo i ragazzi e accogliendo con grande entusiasmo tutto ciò che proponevamo, consigliandoci e suggerendoci attività e giochi, condividendo con noi momenti di riflessione e di preghiera, svago e gioco diventando nostri amici.
Un’altra collaborazione molto importante è stata quella con le suore di Bathore, ci hanno seguiti, indirizzati e sostenuti durante tutto i nostro viaggio facendoci capire l’importanza della nostra missione.

GIORGIA – IL VILLAGGIO SENZA BARRIERE

Ciao a tutti, sono Giorgia e sono qui per raccontare la mia esperienza al villaggio senza barriere di Tolè. Questo è un luogo magico, voluto da Don Mario Campidori: don Mario era un giovane prete pieno di voglia di fare, soprattutto di fare qualcosa per i giovani. Quando però aveva appena cominciato a vivere la sua vocazione scoprì di essere malato di Sclerosi Multipla, una malattia degenerativa che in breve tempo lo ha costretto a letto. Nonostante le difficoltà iniziale e i momenti difficili, grazie a una cura sperimentale è riuscito comunque a bloccare l’avanzamento della malattia e in questo modo a continuare la sua vita sacerdotale. Quello che più di tutto lo ha colpito è stato vedere come tante famiglie vivessero situazioni di disabilità di vario genere, come quella che viveva lui, e si ritrovavano estremamente isolate. Quella che da quel momento è diventata la sua missione è il fatto di creare una rete tra queste famiglie per far si che nessuno si sentisse solo, e aiutare ognuno a non sentirsi abbandonato da Dio.

Negli anni il progetto è cresciuto e ha portato alla costruzione del villaggio, un luogo in cui nei periodi di vacanza le diverse famiglie potessero trovarsi e stare insieme senza alcuna barriera, architettonica e non. La scelta di tenere aperto il villaggio solo nei momenti di vacanza è importante perché permette di portare a casa nella vita di tutti i giorni l’esperienza vissuta. Il villaggio non vuole essere un luogo in cui richiudersi, ma un trampolino di lancio per vivere la vita con occhi diversi, e imparare, come amava dire don Mario a vivere per fare la gioia, propria, degli altri e di Dio. La vita del villaggio continua anche a casa tramite incontri la domenica nelle varie parrocchie e due volte a settimana nel Laboratorio della Gioia, dove ci si impegna a fare lavoretti e giochi insieme.

A mantenere viva l’opera di Don Mario è la Comunità dell’Assunta, che si occupa di portare avanti il suo progetto, con lo stesso spirito che contraddistingueva don Mario. La cosa bella in tutto questo, è che alla fine in realtà anche il primo desiderio di don Mario è stato soddisfatto, cioè quello di fare qualcosa per i giovani. Intorno al villaggio si è infatti costruita una vera e propria rete di giovani, il GGG, gruppo giovani della Gioia, che sostiene e affianca le attività della fondazione don Mario Campidori e la comunità dell’assunta, e si impegna a partecipare alla vita del villaggio, ognuno mettendo a disposizione il proprio tempo, la propria voglia di creare relazioni belle e sane, la pazienza e la voglia di mettersi in gioco.

link al video 

La mia esperienza al villaggio nasce da quando ero più piccola, intorno all’età delle scuole medie, grazie ai miei zii, che da anni fanno parte della comunità dell’assunta. Il mio andare al villaggio inizialmente era quindi un modo per passare del tempo principalmente con i miei cugini in vacanza. Questo vivere il villaggio, che poi negli anni si è evoluto, mi ha però portato, grazie a come è iniziato, a sentire quel luogo come casa mia, una grande, grandissima famiglia da cui ho spesso piacere di ritornare, in cui la cosa più bella è sentirsi liberi di mostrarsi come si è.

Crescendo sono entrata a far parte del gruppo GGG e mi sono inserita sempre di più nella vita del villaggio. Grazie a questo le cose che ho imparato e che porto nel cuore sono tantissime ma credo che la più importante sia proprio il cambio di prospettiva a cui il villaggio mi ha portato: se all’inizio pensavo di dover sentirmi dire grazie per quello che facevo, proprio dal punto di vista pratico, nell’aiutare nelle piccole e grandi cose, ora sono io che continuamente mi sento arricchita e in debito con il villaggio, perché sono molte di più le cose che ricevi e che impari di quelle che puoi dare, in debito soprattutto con le persone meravigliose che ho incontrato, piene di voglia di andare avanti nonostante tutto, quando io magari incentrata su me stessa tendo a buttarmi giù per anche i più piccoli problemi, persone che sono speciali anche per l’affetto e l’amicizia sincera e bella che sono in grado di donare, anche a prescindere dalle differenze di età, e soprattutto persone che portano Gesù in tutto quello che fanno e che davvero lo mostrano negli occhi.

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